Andrea Flaborea,
è un “ragazzo” di 34 anni che fino a qualche mese fa abitava a Giussano, lavorava con un contratto a tempo indeterminato (situazione privilegiata in questi tempi) e godeva di un discreto salario mensile. Una vita quindi serena, completata dalla sua passione per la montagna e per la musica. Infatti, suonava la chitarra in una Jazz Band. 
Poi, è successo che ha voluto farsi un viaggetto in Africa, specificatamente in Senegal, ed è rientrato in Italia con un chiodo fisso nella testa: volerci tornare. Si era innamorato di quel Paese e della sua gente, ma soprattutto si era interessato alle loro condizioni di vita, ai loro bisogni. Quindi tormentato dal “che cosa si poteva fare” e in che modo lui potesse contribuire, rompeva le scatole ai suoi compagni di lavoro, finché un bel giorno uno di loro gli mostrò un articolo di giornale (La Provincia) che parlava di un possibile Progetto destinato a realizzarsi in Senegal, contattò Severino e quindi partecipò alla fondazione dell’Associazione “I Bambini di Ornella”. Entrato nelle strutture dirigenti lavorò per il decollo e lo sviluppo del Progetto con una disponibilità a tutto campo.
Lo scorso anno si prese tre mesi di aspettativa dalla sua azienda (non retribuiti) e raggiunse Severino nel villaggio di Kelle, e si capiva benissimo che questo lo considerava un periodo di prova, una verifica di scelte più radicali a cui era orientato. Infatti dopo il suo rientro in Italia, ritornò a Kelle per un breve periodo (tre settimane) utilizzando le sue ferie.
Ma ormai la scelta era compiuta. Concluso il suo rapporto di lavoro, dallo scorso mese di dicembre ha piantato le sue radici in questo piccolo villaggio, dove con molta determinazione e competenza si dedica alle complicate attività che comportano il completamento della struttura del Centro che stiamo realizzando, predisponendosi ad assumere il compito di dirigerlo beneficiando di un salario che corrisponde e meno di un quarto di ciò che percepiva in Italia.
Naturalmente si è portato la sua chitarra, che lui sostiene di saper suonare appena discretamente, anche se i musicanti indigeni (e qui se ne intendono) hanno iniziato a chiamarlo “Maestro”.